A cura di Giovanni Florio
Viviamo in un tempo in cui la bellezza vera spesso passa inosservata. In un mondo veloce, fatto di immagini fugaci, rumore costante e rincorsa all’apparenza, cresce sempre più l’esigenza di rallentare, ascoltare il silenzio, e tornare a respirare l’autenticità dei luoghi. Le esperienze che lasciano il segno non sono più quelle urlate, ma quelle intime, culturali, radicate nel territorio.
È in questo contesto che la Calabria svela il suo volto più profondo: non solo mare e paesaggi mozzafiato, ma anche memoria, architettura antica, opere nascoste che raccontano una storia di civiltà e progresso. Come gli acquedotti storici di Spilinga nel cuore del Monte Poro e quello di Lamezia Terme.
Siamo a Spilinga, tranquillo borgo rurale situato sul Monte Poro, noto in tutta Italia come il paese della ‘nduja, dove ogni anno ad agosto si celebra il celebre ’Nduja Village, un evento gastronomico e culturale che attira migliaia di turisti e appassionati.
Qui si trova un antico acquedotto, spesso chiamato “acquedotto romano” per via della sua maestosa struttura ad archi in pietra. Ma la verità storica ci racconta qualcosa di diverso e forse ancora più interessante. Secondo il volume “Il Regno delle Due Sicilie – Distretto di Monteleone di Calabria” di Filippo Girelli (1852–1859), l’acquedotto fu realizzato tra il 1867 e il 1871, quindi dopo la fine del Regno Borbonico, ma seguendo canoni estetici e tecnici tipici dell’ingegneria borbonica.
L’opera, costruita con pietre da taglio, partiva dalla Fiumara Poro e proseguiva verso Zungri, con lo scopo di irrigare i fertili terreni agricoli delle contrade di Spilinga centro, Carciadi, Panaia e parte del comune di Ricadi. Particolarmente suggestivo il tratto della località “Biveri”, dove una cascatella naturale forniva acqua fresca a una vaschetta-abbeveratoio per il bestiame, simbolo della perfetta integrazione tra funzionalità e paesaggio. Oggi l’opera si presenta ristrutturata e ben conservata.

Spostandoci nel cuore della Calabria centrale, tra le colline di Lamezia Terme, troviamo uno degli acquedotti borbonici meglio conservati della regione: l’Acquedotto di località Feudo. Costruito alla fine del XVIII secolo, in piena epoca borbonica, rappresenta un vero capolavoro di ingegneria rurale.
Lungo circa 200 metri, con 33 arcate in stile romano, alte 4,5 metri e larghe 2, l’acquedotto serviva a trasportare l’acqua da una sorgente fino ai campi dell’Azienda Agricola De Lorenzo, all’epoca proprietà del Barone Nicotera. Oggi si erge ancora maestoso tra gli ulivi secolari, a testimonianza della raffinata organizzazione agricola e dell’efficienza idraulica dell’epoca.
Negli ultimi anni, grazie all’impegno dell’associazione culturale “…dei 40 Martiri”, sono stati avviati progetti di valorizzazione e tutela, con l’obiettivo di far conoscere questo sito anche attraverso itinerari culturali e didattici. L’acquedotto si presta infatti perfettamente a percorsi di turismo lento, rurale e sostenibile, in grado di attrarre un pubblico sempre più interessato a storia, paesaggio e autenticità.

Queste opere idrauliche ci ricordano che la Calabria dell’Ottocento non era solo terra di pastori e contadini, ma una regione all’avanguardia, parte attiva di un sistema economico e industriale moderno nel contesto del Regno delle Due Sicilie. Basti pensare alle ferriere borboniche di Mongiana, alle fabbriche d’armi, agli opifici e agli investimenti nelle infrastrutture.

Acquedotti come quelli di Spilinga e Lamezia sono testimonianze concrete di un passato fiorente, un’esempio di archeologia industriale in Calabria. Perché conoscere la nostra storia è il primo passo per costruire un futuro che sappia guardare al territorio con occhi nuovi.